I cafoni di Fontamara

“Io so bene che il nome di cafone, nel linguaggio corrente del mio paese, sia della campagna che della città, è ora termine di offesa e di dileggio; ma io l’adopero in questo libro nella certezza che quando nel mio paese il dolore non sarà più vergogna, esso diventerà nome di rispetto, e forse anche di onore” . (prefazione, p. 30).

I cafoni, insieme ai “cittadini”, ai piccoli e medi proprietari di terra, ai rappresentanti e “garanti” della legge, sono i protagonisti del libro Fontamara di Ignazio Silone. Anche se pubblicato nel 1933, esso è molto attuale, rispecchia spaccati della nostra società e, chi ha una buona vista, vede emergere da esso personaggi del nostro tempo. Insomma, un libro da prendere in mano, da “schiodare”!.

L’autore ricorda e racconta alcuni fatti successi in un arco di tempo breve, appena un’estate, ma molto strani e significativi. Fontamara è il nome, molto appropriato, che egli dà ad un luogo geografico, ma anche, tra le righe, alla situazione esistenziale degli abitanti quel luogo, appunto i cafoni.

In Fontamara possiamo individuare ogni villaggio, paese, contrada meriodionale un pò fuori mano, povero, arretrato, abbandonato; nei cafoni, intere generazioni di cafoni, cioè tutti quei contadini, artigiani, manovali, operai che portano avanti la propria esistenza piegandosi a fatiche, privazioni, sacrifici inauditi, per raggiungere il loro sogno: una casa di proprietà, un pezzo di terra, un avvenire diverso per i figli. Raramente vi riescono, quasi per un destino già scritto e stabilito che li decide cafoni e li vuole per sempre cafoni. I più fortunati riescono a possedere un asino, talvolta un mulo.

I cafoni arrivano all’autunno riuscendo con i raccolti, i lavori e i frutti estivi a pagarsi i debiti dell’anno precedente, badando bene a organizzarsi per superare l’inverno alle porte e a ritrovarsi con minori debiti, nell’anno successivo. La loro vita scorre come intrappolata ad una pesante catena di piccoli debiti per tirare avanti e a fatiche estenuanti per saldarli.

C’è sempre il pensiero di qualcosa da pagare che li accompagna quando, sfiniti dal lavoro della giornata, la sera crollano: la cambiale che è lì per lì per scadere, il farmacista che li guarda torvo, il prete, l’avvocato…

I personaggi vengono introdotti e delineati ognuno nelle sue peculiarità. Marietta Sorcanera, con grande naturalezza porta avanti la terza o quarta gravidanza da quando il marito le è morto in guerra lasciandole una medaglia d’argento e la pensione. E’ stata invitata un paio di volta a Roma, fotografata, mostrata alle autorità. In quelle occasioni l’hanno fatta sfilare con un altro centinaio di vedove di eroi, proprio come lei, tutte insieme a passo di corsa, sotto i balconi dei Palazzi. Per la donna è stata un’opportunità di uscire dalla sua misera situazione, ma sopratutto di mangiare e bere a sazietà. Poi, a causa delle gravidanze, non l’hanno più chiamata.

A chi le chiede perchè non pensi a risposarsi, Marietta risponde: ” Se rifaccio famiglia, perdo la pensione di vedova di Eroe. Così è la legge. Ormai sono condannata a rimanere vedova”. Gli uomini le danno ragione, le donne di Fontamara la odiano.

Michele Zompa, anziano cafone, fa una classifica molto eloquente sulla situazione:

In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa.

Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra.

Poi vengono le guardie del principe.

Poi vengono i cani delle guardie del principe.

Poi, nulla.

Poi, ancora nulla.

Poi, ancora nulla.

Poi vengono i cafoni”.

Le autorità – spiega Ponzio Pilato (altro cafone) – si dividono tra il terzo e il quarto posto. Secondo la paga. Il quarto posto (quello dei cani) è immenso. Questo ognuno lo sa”.

Don Circostanza, naso poroso a spugna, orecchie a sventola, la pancia al terzo grado, porta i pantaloni da galantuomini, quelli ad armonica che invece di una fila di bottoni, ne sfoggiano tre, non per eleganza o per distinzione, ma per poterli a poco a poco allargare, a mano a mano che la pancia si dilata. Don Circostanza è detto l’amico del popolo, perchè si propone come benefattore e protettore, difesa e rovina di tutti. Per il suo studio passano tutte le liti, le controversie, i consigli e tanto altro, sempre accompagnati da galline, uova, denari, frutta, farina… Quando ad avere il diritto di voto sono soltanto coloro che sanno leggere e scrivere, si premura a mandare un maestro che insegni a scrivere il nome e cognome di don Circostanza, per cui tutti i cafoni, avendo imparato a scrivere solo il suo nome e cognome, votano per lui.

Ha l’abilità di farsi votare anche dai morti. Infatti, grazie alla sua arte, tutti quelli in età di voto che vanno morendo, non vengono più notificati al comune ma all’amico del popolo, cioè a lui, che li lascia vivere sulla carta. Ad ogni elezione, li fa votare a modo suo, cioè per lui. La famiglia del morto, in questa occasione, riceve cinque lire di consolazione, unica fonte di guadagno che non costa fatica, unica occasione in cui, invece di pagare, si è pagati. Chi, nella propria famiglia ha subìto molte perdite, si ritrova, al momento delle votazioni, con un disceto gruzzolo.

L’epoca dei morti-vivi non dura, naturalmente, per sempre. Finisce anche il compenso.

Una volta arriva a Fontamara un cittadino con una petizione da firmare. A salvaguardia dei diritti di ciascuno, ben inteso! un pò con le buone, un pò con le minacce, ma sopratutto con fantastiche menzogne questo delegato riesce a raccogliere le firme per cui è stato mandato. I cafoni di Fontamara perplessi firmano una petizione il cui contenuto non è scritto, il foglio è bianco. Saranno le autorità stesse a scrivere il contenuto della petizione appena giungerà il foglio con le firme. Fiduciosi del fatto che non si tratta di una nuova tassa da pagare che si aggiungerebbe alle altre e che la stessa petizione è in giro per tutti i paesi del circondario, i fontamaresi firmano, praticamente tutti. Si tratta di un grande onore, spiega il delegato giunto dalla città: le Autorità vogliono conoscere l’opinione dei cafoni. Ad uno, ad uno firmano.

E’ possibile che nulla cambi? che non ci sia niente, ma proprio niente che scuota la gente, che le faccia urlare “basta!”? Quando e perchè il sopportato diventa un limite al di là del quale non si può andare?

Fontamara dice, ad un certo punto, il suo BASTA!. Gli uomini, le donne, ognuno a modo proprio, trovano la rabbia accumulata che viene fuori. Esplode.

Il dolore insopportabile che li ha piegati per troppo tempo, li mette in cammino. Non si può più vivere senza cercare spiegazioni e soddisfazioni: qualcuno deve rispondere ai loro perchè! Prima un gruppo di donne, poi gli uomini, si muovono.

Cosa è successo? quale scintilla ha fatto loro lasciare case, lavori, famiglia…?

Ne parliamo la prossima volta. un caro saluto.

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