Akedia. Cos’è?

Salve a tutti: amici, conoscenti, curiosi, affacendati e non. Eccomi ancora con voi.
I miei silenzi di scrittura più o meno lunghi di questo periodo hanno trovato motivo nel non avere ad oggi avvicinato un testo che sia veramente, ma veramente degno di attenzione. Ho notato che la gente, tra cui colloco anche me, ama scrivere. Posso anche dire che tutti o quasi scrivono. Negli scaffali delle librerie si incontra davvero di tutto o di tutti. – “Hai letto il libro di… compralo, ne vale la pena”- – “Sai che ho letto …fantastico…” – negli ultimi mesi ho riempito un intero scaffale di libri consigliati, suggeriti, sollecitati…ma di bello, veramente bello, quel bello che secondo me non ti fa rimanere la stessa e non puoi più esserlo,…niente!
Ebbene, qualche giorno fa, per motivi e percorsi che non sto a dire perchè occasionali, mi sono trovata a discutere sull’accidia oggi, cosa sia e come funzioni.
Volendo saperne di più e, magari, meglio, mi sono ricordata di un testo che mi è stato regalato tempo fa, messo a turno di lettura e sempre scavalcato da qualche altro libro. Si tratta dell’AKEDIA di Gabriel Bunge il quale studia ed espone La dottrina spirituale di Evagrio Pontico sull’accidia.
La prima cosa che mi ha colpito è stata la prefazione scritta da uno psichiatra, Gaetano Benedetti. Che c’entra uno psichiatra con Evagrio Pontico, monaco delle prime generazioni e padre del deserto?
Credo sia meglio andare per ordine.
Evagrio nasce attorno al 345 a Ibora, nel Ponto, l’attuale Turchia. Suo padre sembra sia stato uno dei notabili della città, un chorepiscopos.
Dai suoi numerosi scritti emerge una formazione completa e raffinata, sopratutto per quanto riguarda la matematica, la filosofia, la retorica e la teologia; una formazione completa e costosa, riservata ai figli di gente nobile e ricca.
Sappiamo che conosce i tre grandi vescovi e teologi cappadoci, cioè Basilio il grande, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa e che è introdotto alla vita monastica proprio da Basilio. Dopo vicissitudini che lo vedono coinvolto in dispute teologiche, lotte contro gli ariani, in uno scaldalo di corte, abbandona la mondanità.
Una gravissima malattia lo conduce alle soglie della morte.
Nel 383, ristabilitosi, decide di partire per il deserto egiziano, luogo classico del monachesimo. Per due anni vive nel deserto di Nitra, a circa 50 Km a sud-est di Alessandria, poi si stabilsce nelle “celle”, le “kellie” cui si giugeva inoltrandosi all’interno del deserto per oltre 20 km. Qui conduce vita ritirata, anacoreta fino alla morte che sopraggiunge nel 399. Evagrio ha soli 54 anni.
Evagrio dice di sè stesso di essere stato un greco viziato e raffinato con vocazione tardiva. Infatti sono le circostanze della vita a spingerlo nel deserto per cercare il vero senso della vita, del bene e la vera felicità dell’uomo. Rifiuta incarichi prestigiosi e resta fino alla morte nell’ambiente difficile, ostile, per nulla accogliente del deserto,
Nei quattordici anni vissuti nelle “celle” desertiche affina sensibilità psicologica, intuito analitico sottile e profondo, sintesi teologica. Una personalità coraggiosa sviluppata non per amore di scienza e speculazione filosofia, ma per la necessità di vivere giorno dopo giorno la lotta di tutta una vita.
Queste poche essenziali notizie sulla vita di Evagrio, mi permetteranno di raccontare il suo pensiero, ma sopratutto la sua esperienza sull’accidia.
Buon fine settimana a tutti e cercate di non mangiare troppo.
Con amicizia.

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