Buon Natale!

17 dicembre 2011 - Una Risposta

Ogni anno, in prossimità della festa di S. Lucia, da noi siciliani vissuta con scorpacciate di arancine, senza sapere praticamente nulla della santa,  per le strade del mio quartiere spuntano le luci dell’addobbo natalizio. Confesso che non sempre me ne accorgo subito, abituata a tenere gli occhi fissi a terra, per schivare le cacche di cane che hanno trasformato i nostri marciapiedi in gabinetti, non per colpa dei cani che, poveracci, da qualche parte devono pur defecare, ma per colpa dei padroni, che non hanno ancora capito come ci si comporta in queste occasioni.

Addobbi.

Mi lasciano ogni anno perplessa. Sempre gli stessi. Qualche volte cambiano, ma solo per dire la stessa cosa, cioè niente. Si mettono gli addobbi natalizi così come si fa il cambio di stagione, si deve.

Finito di friggere le arancine, si scendono dai ripostigli gli scatoloni con gli addobbi, luci, lustrini, candele, festoni, tutto il corredo natalizio che dice: ci siamo.

Alcune persone  sono più brave di altre e affermano che no! gli addobbi si montano prima di Santa Lucia, cioè subito dopo la festa dell’Immacolata, la quale segna l’inizio della preparazione al santo natale, cioè delle giocate a carte. L’Immacolata introduce e apre le giocate a carte.

Le famiglie si ritrovano, si danno appuntamento stasera da me, domani da te, sabato dalla cognata, domenica dal cugino  o dal compare, per le lunghe giocate che si prolungano per buona parte della notte. Eh sì! la preparazione del natale (che continuo a scrivere in minuscola) comporta sacrifici: lunghe estenuanti veglie attorno ad un tavolo di puntate al gioco e  abbuffate incredibili. Però, c’è un però: le famiglie si ritrovano!!!

A tutto questo già da molti anni ho detto di no.

Gli addobbi di strade e negozi mi mettono una malinconia indescrivibile, così come l’uso che si fa delle due feste che li introducono. Neppure la crisi che già ci sfianca riesce a smorzare ciò che è un’abitudine radicata e a fare vedere altro che non sia ciò che ogni anno ritorna puntuale, come l’influenza. Addobbare, luccicare….e mescolare le carte.

Nasce il bambinello.

Eh sì! E’ comodo fare nascere Gesù bambino! I bambini suscitano tenerezza, bontà. Chi non si sente più buono per Natale? La bontà natalizia esce fuori dagli scatoloni insieme alle palle colorate e con queste è appesa all’albero; la bontà è mescolata ai personaggi del presepe ed illuminata dalle luci che ora si accendono ora si spengono. Dagli scatoloni esce ben protetto dalla carta pralinata lui, il bambinello. Ha gli occhioni azzurri, sgranati, biondo, ben pasciuto, con la mano alzata, nel gesto benedicente.

Chissà perchè Gesù è rappresentato sempre alto biondo con gli occhi azzurri, e, da bambinello, è tondo, con le gambette ben modellate dalle pieghe della carne, le guanciotte colorite, una cascata di riccioli biondissimi e la schiena ben solida, arcuata dal gesto della manina che benedice.

Benedice, non parla. Cosa può dirci un bambinello? Ci commuove, ci piace perchè  anche noi, in fondo, siamo bambinelli, senza nessuna volontà di crescere e diventare adulti.

Essere adulto è faticoso e, spesso, fa male.

Quest’anno ho voluto il presepe, grande, nella zona di maggiore passaggio tra una stanza e l’altra. Ho creato alcuni personaggi utilizzando il cartone per sagomare il corpo e una pallina di polistirolo per la testa. Ho cucito gli abiti, ho modellato i caratteri somatici non alla rinfusa, ma pensando a persone , a tipologie di persone. A me piace molto, perchè è vivo: sguardi, lineamenti del viso hanno espressioni a me note.

Ho anche una bella costruzione in legno che sa molto di bottega, di laboratorio di falegnameria,  dono di una persona speciale. Vi ho sistemati Maria e Giuseppe. Ogni volta che li guardo sorrido, perchè rimandono a due persone a me molto care. C’è anche la culla di paglia per il bambinello.

Quest’anno resterà vuota, non ci metterò nessuno.

Non voglio che nella mia casa il Signore nasca piccolo, da accudire, silenzioso. Voglio che la sua voce esploda forte, che si alzi al di sopra di ogni altra parola e si distingua da tutti gli altri rumori. Voglio che il mio Natale sia festa grande, come quando gli amici dello sposo si raccolgono attorno a lui e con lui cantano e danzano.

E’ il Natale che auguro a tutti.

Il vento è passato

13 giugno 2011 - Una Risposta

Chissà come succede che ad un certo punto è come se le parole si prosciugano, sì, proprio una sensazione di secchezza cattura tutto il tuo essere, ti avvolge e ti penetra interamente. Non sai bene da dove essa venga nè perchè.
Con le parole funziona così! ti scivolano ben umide, turgide, scorrevoli, non importa se abbondanti o no, ma essenzialmente fluide, talmente fluide da avere la sensazione che non partono da te. Hanno una vita propria, una velocità propria, sono mosse dal desiderio di andare e dal piacere di scivolare morbide, una dopo l’altra, ognuna portando un tesoro da consegnare.
Sembrano palloncini ripieni d’acua, oppure piccole e grandi bolle di sapone che ondeggiano sapendo bene dove andare e perchè. Il sole sfiorandole, appena, le colora e le riscalda. Procedono sicure, forti nella loro leggerezza, piene di vita, di colori, di suoni e sapori.
Poi può succedere che arriva lui, il vento, quello veramente secco e le blocca già al nascere, le scolsiglia di neppure provarci ad uscire, perchè lui è inesorabile.
La secchezza, quando arriva è terribile, ti blocca il pensiero e si porta via le parole, toglie loro la vita,prosciuga quella brina, quella freschezza che scorre e le parole con essa, per essa.
Ed eccole povere parole che stentano ad aggrapparsi l’una all’altra per aiutarsi a vicenda. Sono pesanti,non hanno appigli che le aiuti, friabili ad ogni movimento. Fanno davvero poca strada, perche si seccano, si spaccano e sono trascinate a briciole,piccole squame scoposte che aleggiano di qua e di là, lontane una dall’altra.
Per un pò si cercano, solo un istante, e vedono nelle altre il proprio destino. Una sillaba di qua..e una volteggia laggiù..poi ancora più divise, più piccole, sempre più inutili perchè senza significato.
Poi il silenzio.
Quanto dura?
e chi può dirlo?
però….il vento passa,…. sempre….. se ne va.
Il vento è passato.

Evagrio Pontico, i pensieri, il male.

L’accidia secondo Evagrio Pontico è anzitutto un “pensiero”. Il pensiero di per sè è espressione ed esperienza positiva del nostro comprendere le cose della realtà che ci circonda. Il pensiero è inoltre strettamente connesso alla dimensione emotiva, sensoriale, relazionale, creativa…tutto ciò che concerne l’essere persona. Esso è luogo di creazione, di raccolta, di elaborazione dei dati esterni ed interni; è veicolo di sogni, progetti, sofferenze, ambizioni.
Pensiero e linguaggio, poi, si legano, si stimolano, vicendevolmente.
I pensieri, presi individualmente, siano essi positivi o negativi, hanno origine diversa. Ci sono pensieri che provengono dai sensi e da tutto ciò che è legato ad essi; ci sono pensieri che provengono dalla memoria, dal vissuto personale e collettivo, dalla storia, altri che provengono dal temperamente di ciascuno. Altri infine provengono dall’esterno e precisamente dall’influsso degli angeli e dai demoni.
Infatti per Evagrio il male non appartiene all’uomo, nel senso che costitutivamente l’uomo è creato bene e buono.Affermare che il male è insito nella natura umana equivale a bestemmiare contro il Creatore, perchè “non esiste nulla nella creazione di Dio, che sia cattivo per natura” (p. 53).
Il male viene dall’esterno, appunto dai demoni, a cui l’uomo dà il proprio assenso.
Il male demoniaco agisce sull’uomo snaturandolo, cioè allontanandolo da sè e deformando ciò che lui fondamentalmente è: persona capace di bene, capace di Dio. L’uomo, dando il proprio assenso al male diventa capace di male, il quale se perseguito, diventa abituale, cioè un “abitus” che, nel tempo, gli è sempre più congeniale.
Snaturare l’uomo è impedire al pensiero di dialogare con se stesso, con gli altri, con Dio.
Evagrio dunque esalta la capace responsabilità dell’uomo, considerando tale termine nella etimologia, cioè la sua abilità, perchè così è stato pensato e creato, a dare una risposta: tendere al bene oppure verso il male (respons-abile).
Il peccato diventa il libero consenso della volontà al piacere proibito, snaturante l’uomo, proposto dal pensiero negativo.
Dice Evagrio: ” Che tutti questi pensieri molestino o non molestino l’anima, ciò non dipende da noi, ma che si attardino o non si attardino in noi, che scatenino o non scatenino delle passioni, ecco ciò che dipende da noi”.
Ciò che fa, pertanto, di un “pensiero” una passione, e dunque un peccato, è il libero consenso dell’uomo che concede al male un posto in se stesso. (cfr. p. 51).
L’uomo ha in sè le capacità e gli aiuti per opporsi al male e il suo atteggismento di fronte a questo fenomeno deve essere il totale disprezzo.
“Ci fu un tempo – afferma Evagrio Pontico – in cui il male non esisteva e ce ne sarà uno in cui non esisterà più. Ma non c’è stato nessun tempo in cui la virtù non esistesse e non ce ne sarà nessuno in cui essa non esista più, poichè i semi della virtù sono indistruttibili” (p. 53).
Evagrio crea una lista di otto “pensieri”, in senso peggiorativo, che egli definisce “generici”, sia perchè da essi nascono tutti gli altri “pensieri malati”, sia perchè essi stessi sono legati, aggrovigliati tra loro, si oppongono l’un l’altro, ma nel contempo, traggono origine l’uno dall’altro. Essi sono: bulimia, fornicazione, avarizia, tristezza, ira, accidia, vanità, superbia.
” l’accidia è un’atonia dell’anima, cioè un afflosciamento dell’anima che non possiede ciò che è conforme a natura e che non si oppone con coraggio alla tentazione”.
“Il demonio dell’accidia, che viene chiamato anche demone di mezzoggiorno, è di tutti i demoni il più pesante. Attacca il monaco all’ora 4a e gira attorno alla sua anima fino all’ora 8a”.(p.55).
Ma di questo vi racconto la prossima volta.

Akedia. Cos’è?

Salve a tutti: amici, conoscenti, curiosi, affacendati e non. Eccomi ancora con voi.
I miei silenzi di scrittura più o meno lunghi di questo periodo hanno trovato motivo nel non avere ad oggi avvicinato un testo che sia veramente, ma veramente degno di attenzione. Ho notato che la gente, tra cui colloco anche me, ama scrivere. Posso anche dire che tutti o quasi scrivono. Negli scaffali delle librerie si incontra davvero di tutto o di tutti. – “Hai letto il libro di… compralo, ne vale la pena”- – “Sai che ho letto …fantastico…” – negli ultimi mesi ho riempito un intero scaffale di libri consigliati, suggeriti, sollecitati…ma di bello, veramente bello, quel bello che secondo me non ti fa rimanere la stessa e non puoi più esserlo,…niente!
Ebbene, qualche giorno fa, per motivi e percorsi che non sto a dire perchè occasionali, mi sono trovata a discutere sull’accidia oggi, cosa sia e come funzioni.
Volendo saperne di più e, magari, meglio, mi sono ricordata di un testo che mi è stato regalato tempo fa, messo a turno di lettura e sempre scavalcato da qualche altro libro. Si tratta dell’AKEDIA di Gabriel Bunge il quale studia ed espone La dottrina spirituale di Evagrio Pontico sull’accidia.
La prima cosa che mi ha colpito è stata la prefazione scritta da uno psichiatra, Gaetano Benedetti. Che c’entra uno psichiatra con Evagrio Pontico, monaco delle prime generazioni e padre del deserto?
Credo sia meglio andare per ordine.
Evagrio nasce attorno al 345 a Ibora, nel Ponto, l’attuale Turchia. Suo padre sembra sia stato uno dei notabili della città, un chorepiscopos.
Dai suoi numerosi scritti emerge una formazione completa e raffinata, sopratutto per quanto riguarda la matematica, la filosofia, la retorica e la teologia; una formazione completa e costosa, riservata ai figli di gente nobile e ricca.
Sappiamo che conosce i tre grandi vescovi e teologi cappadoci, cioè Basilio il grande, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa e che è introdotto alla vita monastica proprio da Basilio. Dopo vicissitudini che lo vedono coinvolto in dispute teologiche, lotte contro gli ariani, in uno scaldalo di corte, abbandona la mondanità.
Una gravissima malattia lo conduce alle soglie della morte.
Nel 383, ristabilitosi, decide di partire per il deserto egiziano, luogo classico del monachesimo. Per due anni vive nel deserto di Nitra, a circa 50 Km a sud-est di Alessandria, poi si stabilsce nelle “celle”, le “kellie” cui si giugeva inoltrandosi all’interno del deserto per oltre 20 km. Qui conduce vita ritirata, anacoreta fino alla morte che sopraggiunge nel 399. Evagrio ha soli 54 anni.
Evagrio dice di sè stesso di essere stato un greco viziato e raffinato con vocazione tardiva. Infatti sono le circostanze della vita a spingerlo nel deserto per cercare il vero senso della vita, del bene e la vera felicità dell’uomo. Rifiuta incarichi prestigiosi e resta fino alla morte nell’ambiente difficile, ostile, per nulla accogliente del deserto,
Nei quattordici anni vissuti nelle “celle” desertiche affina sensibilità psicologica, intuito analitico sottile e profondo, sintesi teologica. Una personalità coraggiosa sviluppata non per amore di scienza e speculazione filosofia, ma per la necessità di vivere giorno dopo giorno la lotta di tutta una vita.
Queste poche essenziali notizie sulla vita di Evagrio, mi permetteranno di raccontare il suo pensiero, ma sopratutto la sua esperienza sull’accidia.
Buon fine settimana a tutti e cercate di non mangiare troppo.
Con amicizia.

Aria fritta!

22 febbraio 2010 - 2 Risposte

Resto sempre un pò perplessa davanti alla difficoltà, diffusa soprattutto tra i giovanissimi, di mettere insieme frasi di senso compiuto. I ragazzi non sanno parlare.
Non voglio soffermarmi ad indagare sulle innumerevoli cause per cui i nostri ragazzi parlano poco e male. Mi piace, invece soffermarmi sulla bellezza della parola.
La parola dice chi siamo.
La parola esprime l’esercizio del pensiero, i suoi movimenti.
La parola articola i sentimenti, identifica cose e persone.
La parola è creatrice perchè nel momento che dice, toglie dall’anonimato ciò che fino a quell’istante è stato nello spazio del non detto, del taciuto, non c’era.
La parola esercitata permette al nostro pensiero di indagare, di entrare in profondità inaccessibili, di percorrere orizzonti sempre più vasti, sempre più invitanti. La parola nasce per essere chiara, luminosa ed illuminante, parte integrante della persona che pensa, che ama, che fantastica, che soffre, che intuisce, che si arrabbia, che valuta se stesso e gli altri.
Tempo fa un professore di antropologia culturale mi ha affidato una ricerca che lì per lì mi è sembrata curiosa. Ho pensato: “ma, è scemo, questo?” Appena, però, ho iniziato, già da subito, la cosa si è trasformata in una bella esperienza. Si trattava di leggere le scritte sui muri, fotografare e analizzare la tipologia di persone, frequentanti quei posti.
Mi ricordo che sono uscita di casa fornita di macchina fotografica, quadernone e un piccolo registratore, più confusa che persuasa. I posti indicati erano tre scuole, un ospedale, due fermate della metropolitana, una strada della città. Avevo sempre considerato i muri semplicemente imbrattati e mai come pagine da leggere.
Alt! la maggior parte di essi è veramente, crudamente sporcata, imbrattata di tutto e di più, senza rispetto e senza educazione alcuna. Però ci sono dei muri che parlano, che dicono di persone, di fatti, di immagini, ci sono muri che raccontano storie. Ho letto di tutto, dalle dichiarazioni d’amore, a sfide, dalle parolacce note o nuove, agli slogan di tutti i tipi. Quello che mi ha stupito sono state le parole non semplicemente scritte, ma disegnate, decorate con gusto, curate nella prospettiva e nei colori.
In un muro che costeggia la metropolitana ho visto delle note musicali distribuite come in una danza; in un reparto di ostetricia ho letto avvisi di partecipazione a nascite, auguri, commenti su notti insonni in attesa della bella notizia, appunti di giovani papà pieni di orgoglio e tanto altro…
Davanti a qualche liceo, accanto ai recenti messaggi urlati sul muro, si possono, ad oggi, intravedere quelli lasciati nel tempo dalle generazioni precedenti: parole stratificate, ora in rosso, ora in nero, denuncianti essenzialmente la stessa cosa:noi ci siamo, non potete far finta di non vederci.
Ultimamente le denunce sono quasi sparite, non perchè tutto vada bene o meglio, ma perchè i valori sono cambiati, i referenti non sono chiaramente identificabili e sopratutto perchè l’assuefazione ha assopito il pensiero e la parola si va sempre più restringendo.
Mi sembra che la parola abbia fatto la stessa fine del mio maglione di lana azzuro. In origine bello e soffice, di buona qualità, poi, a causa dei lavaggi che difficilmente indovino, la temperatura mai giusta e detersivo sbagliato perchè mi dimentico puntualmente di comprare quello adatto, si è accorciato, infeltrito, e di un colore non definibile. Mi piange il cuore anche solo a guardarlo, lontano dal ricordo dei suoi giorni di splendore. E’ diventato buono soltanto a rivestire la scopa da passare sotto il letto a raccogliere la polvere accumulata. Ecco. la parola ha fatto la stessa fine. Infeltrita, scolorita, dura, corta e informe, buona soltanto a raccogliere polvere..
La verità è che si ha poco da dire, gli argomenti sono sempre più magri perchè lo spessore fa concorenza alle sottilette di formaggio fuso. Le belle conversazioni hanno lasciato posto a suoni sgradevoli, insignificanti e incomprensibili. “Aria fritta!” – ci urlava il professore di filosofia quando, impreparati, tentavamo di arrangiarci, imbastendo frasi senza senso, così, tanto per dire qualcosa, – “emetti suoni e tanta aria fritta!”.
Riuscire a mettere insieme parole e costruire una frase è diventata un’impresa! I termini giusti sembrano spariti chissà dove e sono introvabili, al loro posto buchi più o meno larghi e profondi. Per poter parlare occorre tirare i lembi del discorso e cucire i margini sfilacciati come si fa con un calzino con un grosso buco che fa fuoriuscire l’alluce. Oppure, e, questo risulta più semplice, occorre riempire i buchi delle parole perdute con altre parole. Allora giù con parolacce, con “riferimenti anatomici” (quelle finesse!!!!) e bestemmie.
Ripetere ogni due parole cazzo forse aiuta a ricordare la differenza sessuale e a quale sesso si appartenga.Altrimenti, perchè questo uso spropositato e senza senso? per non parlare di rotture…, di sfere che girano, di…ma perché?perché?
Dio, poi, è sempre una questione insoluta. Siccome non vogliamo elevarci dallo squallore in cui ripetutamente o da noi stessi o da altri siamo catapultati,neppure di un millimetro, siccome guardare in alto è faticoso e prendiamo la scusa che sopra di noi non c’è niente e nessuno, allora, perchè non tirarci dentro Dio?Che centra Dio? perchè usarlo in questo modo quando di lui non sappiamo nè vogliamo sapere nulla? o si tratta di un desiderio inconscio di sostituzione non realizzabile?
Chissà…forse io cerco una spiegazione là dove non ce n’è…è questo è ancora più avvilente. Ancora aria fritta? eh…credo proprio di sì! signori e signore chi gradisce aria fritta? ce n’è per tutti e per tutti i gusti!!!
Lancio un SOS. Riappropriamoci di ciò che è nostro! anzi, che è nostra: la parola. La voglio scrivere come merita, in maiuscola: la Parola.
Ciao a tutti, è sempre un piacere.

La colpa è del divano rosso della Dandini

19 dicembre 2009 - Una Risposta

“ECCE HOMO!” Questa è stata la frase che subito, d’istinto, mi è salita sulle labbra quando Silvio Berlusconi, con il viso sanguinante è uscito dalla sua auto “per rassicurare” parenti e amici. La frase è, si sa, di Ponzio Pilato, che dopo avere fatto torturare ben ben Gesù, e le torture romane erano crudelissime e molto raffinate, lo mostra alla folla inferocita come a dire: “è questa la persona che ritenente così pericolosa tanto da volervene disfare? vedete come io l’ho ridotto?”. La presenza di Gesù martoriato e sanguinante testimonia, invece, altro: “io sono venuto per voi, sono stato con voi, vi ho guarito, vi ho dato una speranza ed eccomi qui, sacrificato e pronto a sacrificarmi ancora per voi”. All’uscita del Berlusca dalla sua autovettura, ai miei modestissimi occhi, bisogna dare entrambe le letture, cioè quella di Pilato e quella di Gesù. Uomo dei dolori, aggredito, sacrificato. esce per testimoniare a tutti il suo essere “Ecce homo”.

Andiamo ora all’aggressore.

Cosa non si è detto di lui! armato da altri, non armato, ha agito da solo, sicuramente c’era qualcuno altro, il clima ostile della piazza, la persecuzione mediatica, politica, dei giudici, dei presentatori, dei comici ….e chi più ne ha più ne metta, nei confronti del capo del governo, ha mosso la mano e…..

Andiamo al gesto in sè.

Ogni gesto violento è indegno della persona umana, sia esso intenzionale o no, meccanico e verbale, anche solo pensato. Per fortuna, e lo affermo pensandolo in tutta sincerità, Berlusconi ne è uscito con qualche punto di sutura e un paio di appuntamenti dal dentista, probabilmente uno scivolone maldestro sarebbe stato più grave. Sono molto più doloranti tutti quegli italiani che fanno la fila nei centri Caritas per un pasto caldo perchè non hanno più lavoro. Anche i migranti costretti a tornare nei posti da cui sono sfuggiti pagando e indebitandosi a vita, sono pieni di piaghe per le frustate, doloranti per le sevizie subite in attesa dell’occasione di fuggire dalla Libia e rifugiarsi in Italia.

Andiamo alla colpa. Di chi è realmente la colpa?

Provando a fare una personalissima graduatoria il primo posto della colpevolezza spetta a Di Pietro: parla troppo e male, è uccello di malagurio, fomenta, aizza, destabilizza….alla gogna! via Di Pietro! non serve! non possiamo fare una legge ad hoc per eliminarlo?

Il secondo posto, senza che nessuno si offenda, spetta ai magistrati, quelli di sinistra, cioè tutti quelli che non la pensano come Berlusconi e company: accusano, insinuano, trovano (ma come fanno?) prove e testimonianze false, vanno in giro con calzini strani, ne vogliono sapere più di tutti gli iscritti al PDL…via i magistrati! sono indegni del posto che occupano! ma…non possiamo fare una legge che li renda inoffensivi per cui ci sono o non ci sono…chi se ne frega?

Il terzo posto spetta a personaggi pericolosi come Santoro, Travaglio, Grillo, …..mangiapane a tradimento, irrispettosi, invidiosi, i quali, invece di prendere esempio da Vespa, Fede, organizzarsi e creare una centovetrine di intrattenimento, vanno curiosando, cercano personaggi e fatti, scovano notizie, tutte false, e le propinano ai deficienti del pubblico che non sanno vagliare, dicono, e si “ammuccano”, la qualsivoglia. Per non parlare di tutte le denunzie e processi! ma…come fanno a vincere ogni azione legale? ah! ecco! le vincono perchè sono fortunati e capitano con i giudici di cui dicevo prima.

Non possiamo fare una legge per toglere questi presentatori, comici, …tutti i personaggi dello spettacolo irriverenti e ostili?

A pensarci bene, la colpa è di chi vende le stutuette del Duomo che possono armare la mano di sprovveduti e non. Non possiamo fare una legge perchè in tutte le piazze d’Italia si vendano palloncini, zucchero filato, popcorn con l’efficie di Berlusconi?

Io, però, non volendo continuare questa lista che minaccia di essere lunga e noiosa, e, per non rischiare di essere sommersa da una sfilza di leggi che si trasormano in liste di eliminazioni (mi ricorda qualcosa e a voi?), dico quello che per me è la causa vera di tutto: il divano rosso della Dandini!  Eh sì, cara Serena Dandini, la colpa è del tuo divano! ma come ti sei permessa di collocare come punto centrale della tua trasmissione e spazio di conversazione un divano rosso! non blu, non nero, ma rosso! ti rendi conto che l’ora in cui vai in onda, quando la palpebra comincia a tremare appena dal sonno, ma restiamo vigili fino alla fine…cosa conserviamo per tutta la notte? il colore rosso del tuo divano!

Perchè non facciamo una legge per abolire e vietare la fabbricazione di divani rossi così pericolosi per la cultura e la schiena degli italiani? ecco la soluzione! via Di Pietro, via i giudici, via i comici che fanno ridere in modo diverso, via l’informazione che non sia berlusconiana, via le vendite di statuette, via….via…..via sopratutto il divano rosso di Serena Dandini.

A Palermo, un albero dice.

14 dicembre 2009 - Una Risposta

“Sabato 12 dicembre appuntamento in via D’Amelio, ricordate di portare con voi un biglietto su cui potete scrivere quello che ritenete opportuno. sarà l’albero di natale del popolo delle agende rosse” così diceva su per giù l’invito giuntomi tramite facebook ed io che sono un tantino curiosa ci sono andata. Pensavo che tale invito giungesse da un movimento, una associazione politicamente ben inquadrata e direzionata, però “chi se ne frega!” mi sono detta, voglio andare per me e lo voglio fare a modo mio. Da poco una persona a me molto cara mi ha regalato una pianta di bellissimi fiori anturium. niente di meglio che tagliarne un paio, farne un mazzetto che accompagnasse il mio biglietto rosso. Volevo portare un fiore in un posto a me molto caro e significativo: via D’Amelio. Per chi come me ha vissuto e visto la stagione delle stragi è luogo sacro, come quei luoghi in cui venivano sacrificati i primi martiri cristiani. Via D’Amelio è posto a me sacro perchè sintetizza e raccoglie tutti i luoghi di strage e sacrifici di ideali, di progetti, di possibilità bloccate, ma mai annullate. Dunque sono andata.

L’albero è piccolo, ma ricchissimo di foglie e posto proprio davanti il cancello su cui si sono attaccati i brandelli di carne di Borsellino e degli uomini e la donna della sua scorta. Ricordo che anche io mi sono sentita così: a brandelli, fatta a pezzi da quel tritolo tanto temuto, che è esploso su tutti coloro che, dopo l’assasinio di Falcone, ci eravamo stretti attorno a Paolo Borsellino. Cercavamo di seguirlo e con l’affetto e, tutte le volte in cui era possibile, anche con la nostra presenza.

Questi fiori sono per voi, ho pensato mentre mi tiravo sù, sulle punta dei piedi nel tentativo di raggiungere un bel ramo adocchiato, e questo biglietto è per me che amo tanto questa città bistrattata, strana, piena di contraddizioni. Questo biglietto è anche per te, Palermo, in cui la storia quella bella, quella che ti lascia senza fiato si intreccia con quella sporca e disperata. Ho scritto: “Nella nostra città non sono graditi sacchetti di spazzatura che ci sommergono e persone puzzolenti che ci infettano. Vogliamo giardini profumati e aria sana per piccoli e grandi”.

In via D’Amelio ho trovato non colorazioni politiche, o non solo, ma di tutto, sopratutto palermitani che attorno all’albero di natale rosso di biglietti, si  sono incontrati,  salutati, presentati, c’erano insomma. Non so quanti, ma sinceramente poco importa, l’ansia di essere e fare numero non mi appartiene.

C’erano sul tavolino anche le agende rosse. Ne ho preso una.

La prima cosa che mi è piaciuta è stata una frase sulla prima pagina, appena sfogliata la copertina e che dice così:

“Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perchè il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare.” Paolo Borsellino

L’agenda rossa è segno di un’altra agenda, quella che Paolo Borsellino aveva con sè, anch’essa rossa, quando il 19 luglio 1992, recandosi dalla madre in via D’Amelio, salta in aria con i suoi uomini. Questa agenda sparisce misteriosamente, mai ritrovata. Eppure i familiari del giudice lo hanno visto mettere tale agenda nella borsa di cuoio poco prima di recarsi dalla madre. perchè sparisce? chi l’ha presa? cosa ci poteva essere di tanto importante?

Chi lavarava accanto a Paolo Borsellino sapeva che era lì, in quella agenda che egli appuntava rflessioni e contenuti dei suoi colloqui investigativi, sopratutto nei mesi subito precedenti la strage.

Quest’agenda è per me segno che qualcuno lavorava sulla legalità, ci credeva, e per questo è stato ucciso. Questa agenda è segno  dell’altra, quella derubata da chi continua a derubarci della verità, della libertà, di un progetto degno di ogni persona, diritto nascosto insieme all’agenda rossa di Borsellino.

Per me è stato un dono e un grande onore conoscere Paolo Borsellino, sfilare con lui per le strade della città, illuminarla con fiaccolate che si perdevano a vista d’occhio tanto erano lunghe. Mi ritengo fortunata per avere ascoltato le sue parole seduta per terra con tanti altri, tantissimi, a fargli corona sull’atrio dell’allora sede centrale dell’Università, in via Maqueda.

Sono grata a quanti hanno organizzato nel tempo e ancora oggi organizzano momenti di incontro, di riflessione, di informazione per quanti non sanno e per quelli che come me sono sfiduciati perchè un pochino siamo morti là, su quel cancello in via D’Amelio.

Stamattina c’ero anch’io.

26 settembre 2009 - Invia un messaggio di risposta

Stamattina sono stata alla manifestazione di protesta a piazza Pretoria. Ci siamo ritrovati un bel gruppo di persone raccolte tramite rete; un passa parola e un appuntamento. Niente bandiere, niente urla di rinvio a colorazioni politiche, solo gente arrabbiata, sgomenta di tutto quello che sta succedendo a palermo negli ultimi tempi. La goccia (è il caso di dirlo dopo il recente nubifragio) che ha fatto traboccare un vaso da tempo colmissimo di tante cose è stata l’informazione che Striscia ci ha dato sul nostro sindaco Cammarata. Alt! mi correggo: non è il nostro sindaco, perchè c’è a palermo tanta gente che come me non l’ha voluto, non l’ha votato e non si sente assolutamente rappresentata da lui. Dire che ne ha combinato di tutti i colori è fargli, sinceramente, un torto, perchè, in effetti, non ha combinato assolutamente nulla, neanche il minimo che la decenza istituzionale richiede.

Dicevo della manifestazione.

Noi palermitani siamo molto “coloriti” , sarà il sole, sarà la nostra atavica arte di arrangiarci per sopravvivere, ma in piazza c’era di tutto, di più. Una barca a vela, imponente, con scritto “affittasi”; un cane sdraiato per terra con legato, sul dorso, un canotto gonfiato. Stava lì, immobile, guardandosi in giro, senza capire bene che cosa stesse succedendo, accanto alla sua fantasiosa padroncina. L’ho guardato a lungo e mi ha fatto riflettere su come, questo cane, ignaro, mi ricorda una certa tipologia di persone.

Una ragazza si è presentata con maschera e tubo da perfetta sub. Si è piazzata davanti uno striscione su cui qualcuno ha scritto “cosa non si fa per sopravvivere”.

Quasi tutti stavamo ad urlare sotto le finestre del palazzo minicipale, invitando il sindaco ad affacciarsi e dare risposte sensate. Tutti con in mano una piccola barca allestita lì per lì con fogli di giornale. Si sono affacciati in tre. Non so chi siano, ma tutti avevano in mano un cellulare per fotografare noi, che stavamo giù sventolando le barchette.

Però…c’è un però….è vero che ci siamo ritrovati per  passaparola tramite facebook o altro, ma eravamo davvero in pochi rispetto la gravità delle situazioni che stiamo vivendo e a livello nazionale e quello regionale e, ancora, quello cittadino. Sono certa della buona fede di chi non c’era: tanti perchè non hanno saputo, tanti perchè presi da altre cose. Sono certissima, ripeto, della buona fede di tutti. Quello che temo è l’assuefazione. Quello che mi spaventa è il pericoloso anestetico che si chiama “tanto non cambia niente”. Non possiamo permettere a niente e a nessuno di toglierci la bellezza del pensare, di essere padroni vivi, responsabili e coscienti del nostro pensiero.

Ogni uomo, ogni donna deve vigilare sul proprio pensiero libero e lo deve difendere dagli attacchi di chi ci vuole come quel cane disteso per terra, stamattina a piazza pretoria: al guinzaglio, fermo, con la lingua penzoloni e il canotto di gomma legato sulla schiena. E’ così che ci vogliono. Purtroppo sanno che siamo capaci di abituarci a tutto.

In questi giorni la situazione a palermo è scesa in caduta libera: il nubifragio dovuto non alla pioggia abbondante, ma ai tombini da anni otturati e costipati di chissà quali schifezze. Ci siamo ritrovati ad affondare i nostri piedi in certi punti fino al polpaccio …ho qualche difficoltà a dire nell’ acqua, perchè tra gli zampilli a fontana che si sono formati in prossimità dei tombini fognari, tra sacchetti di spazzatura trascinati dall’acqua, non so se si può chiamare più acqua quella che scorreva su strade e marciapiedi. Qualcuno dirà: bè, a palermo piove rarissimamente! è vero! quando non piove è ancora peggio. La spazzatura al sole cuoce. Viviamo immersi in un fetore indiscrivibile e inseguiti da zanzare mai viste per il numero e la quantità. La raccolta? i contenitori di fronte casa mia sono svuotati ogni quindici giorni. Le montagne di sacchetti scivolano sulle carreggiate che, oltre che sporche (le auto sono costrette a passarci sopra) si sono ristrette. E non parliamo degli altri problemi riguardanti scuola, sanità, burocrazia immobile che immobilizza.

Dico: è questo che ci meritiamo? possiamo abituarci anche a questo? ogni uomo e donna deve arrabbiarsi e prendere coscienza che non è così che si vive tra gli uomini, non è così che possiamo essere trattati e continuare a sentirci veri uomini e vere donne. Chi come me è credente e praticante non può guardare senza vedere, è la fede che invita, anzi, obbliga ad essere coraggiosi e convinti protagonisti del nostro spazio esistenziale, testimoni di una dignità irrinunciabile. Facciamoci eco gli uni per gli altri, informiamoci, passiamo parola, rivendichiamo il rispetto che ci appartiene, riappropriamoci di diritti e di doveri.

Amo la mia città, veramente e profondamente, ma da qualche tempo non posso pensarla che “in minuscola” ed è così che la scrivo. Grazie a quanti mi permettono di sapere (povera informazione! povera verità!).

Con simpatia. cento libri.

I morti-vivi e i vivi-morti

5 agosto 2009 - 2 Risposte

Ciao a tutti, come state? sono contenta che l’ultimo articolo sia piaciuto a tanti e che sia stato per qualcuno motivo di confronto e riflessione. bene! prima di continuare vorrei fermarmi su alcune considerazioni. Se un testo letto o ascoltato non ci lascia qualcosa da dire, obiettare, qualcosa che ci infastidisce, che ci provoca o che semplicemente ci è piaciuto, allora, forse… abbiamo perduto un pò del nostro tempo. Oppure non è il testo giusto per noi.

Fontamara di segni ne ha lasciato parecchi e non soltanto a me.

Personalmente mi ha colpito, al punto in cui siamo con il racconto, l’utilizzo dei morti (vivi sulla carta) per il personale successo elettorale di don Circostanza. Cosa non si fa…dove arriva l’inventiva…la fantasia…mi butto: la genialità di chi vuole assolutamente sedere su quella poltrona, lì, dove è certo di poter fare i propri interessi. Si usano anche i morti e si pagano le rispettive famiglie, bisognose e, proprio perchè bisognose, le si lega a sè. Non parleranno, non si volteranno contro. Hanno troppo bisogno di quei soldi. Anzi. Quelle che possono contare più disgraziati decessi e lutti, sono le più fortunate, perchè incasseranno di più.

Il bisogno lega, imbavaglia, ammutolisce.

Chissà perchè, questo mi suona familiare.

Gestire il bisogno, a tutti i livelli, è un’arma potente, perchè con promesse, con compensi, con tutto un sistema ben articolato, si può creare una rete da cui non si può più uscire. Spesso non si vuole uscire. Allargare una maglia di questa rete ben congeniata è faticoso, rischioso, spesso doloroso; meglio starsene accucciati, in un angolo, fermo, il più fermo possibile: c’è chi pensa a te. Si tratta di aspettare ed accontentarsi E’ forse meglio niente? se si sta fermi e tranquilli, qualcosa arriva, prima o poi. A volta c’è la grande possibilità di fare carriera e, chissà, se fai il bravo, chissà dove puoi arrivare.

In questa situazione non ci si accorge che piano piano si cessa di vivere.

Altri vivono per te, parlano per te, pensano per te, decidono per te.

Ti preparano pure un bel piatto: vedi com’ è buono?

Piano piano la vita rallenta…rallenta…tutto attorno si muove sempre meno.

Se a Fontamara, nel periodo elettorale, i poveri cafoni morti restano in vita, dalle nostre parti, nel periodo elettorale (e non solo), succede qualcosa del genere, ma al contrario: tanti vivi, vivissimi, muoino. Muoiono a se stessi. Muiono perchè un “piacere” ricevuto li lega al “benefattore”. Muoino perchè c’è la speranza di un posto di lavoro, dimenticando che il lavoro è un diritto e non la speranza di una promessa ricevuta. Si muore alla propria libertà e dignità, per una gratificazione “inattesa” che giunge, quasi un miracolo.

Si muore ogni volta che si scusa il comportamento indecente di chi ci dovrebbe rappresentare, guidare e migliorare la vita personale e civile.

Io mi arrabbio perchè so che si attenta alla mia vita e rischio di morire quando la volgarità (di qualsiasi tipo e da qualsiasi provenienza) pretende di insegnarmi a vivere e pensa che prima o poi mi abituerò. Pensa che non ci farò più caso…che diventeremo amiche.

angelo_rete_g

Meditiamo gente…meditiamo.

ciao, simpaticamente (spero)… vostra centolibri.

I cafoni di Fontamara

“Io so bene che il nome di cafone, nel linguaggio corrente del mio paese, sia della campagna che della città, è ora termine di offesa e di dileggio; ma io l’adopero in questo libro nella certezza che quando nel mio paese il dolore non sarà più vergogna, esso diventerà nome di rispetto, e forse anche di onore” . (prefazione, p. 30).

I cafoni, insieme ai “cittadini”, ai piccoli e medi proprietari di terra, ai rappresentanti e “garanti” della legge, sono i protagonisti del libro Fontamara di Ignazio Silone. Anche se pubblicato nel 1933, esso è molto attuale, rispecchia spaccati della nostra società e, chi ha una buona vista, vede emergere da esso personaggi del nostro tempo. Insomma, un libro da prendere in mano, da “schiodare”!.

L’autore ricorda e racconta alcuni fatti successi in un arco di tempo breve, appena un’estate, ma molto strani e significativi. Fontamara è il nome, molto appropriato, che egli dà ad un luogo geografico, ma anche, tra le righe, alla situazione esistenziale degli abitanti quel luogo, appunto i cafoni.

In Fontamara possiamo individuare ogni villaggio, paese, contrada meriodionale un pò fuori mano, povero, arretrato, abbandonato; nei cafoni, intere generazioni di cafoni, cioè tutti quei contadini, artigiani, manovali, operai che portano avanti la propria esistenza piegandosi a fatiche, privazioni, sacrifici inauditi, per raggiungere il loro sogno: una casa di proprietà, un pezzo di terra, un avvenire diverso per i figli. Raramente vi riescono, quasi per un destino già scritto e stabilito che li decide cafoni e li vuole per sempre cafoni. I più fortunati riescono a possedere un asino, talvolta un mulo.

I cafoni arrivano all’autunno riuscendo con i raccolti, i lavori e i frutti estivi a pagarsi i debiti dell’anno precedente, badando bene a organizzarsi per superare l’inverno alle porte e a ritrovarsi con minori debiti, nell’anno successivo. La loro vita scorre come intrappolata ad una pesante catena di piccoli debiti per tirare avanti e a fatiche estenuanti per saldarli.

C’è sempre il pensiero di qualcosa da pagare che li accompagna quando, sfiniti dal lavoro della giornata, la sera crollano: la cambiale che è lì per lì per scadere, il farmacista che li guarda torvo, il prete, l’avvocato…

I personaggi vengono introdotti e delineati ognuno nelle sue peculiarità. Marietta Sorcanera, con grande naturalezza porta avanti la terza o quarta gravidanza da quando il marito le è morto in guerra lasciandole una medaglia d’argento e la pensione. E’ stata invitata un paio di volta a Roma, fotografata, mostrata alle autorità. In quelle occasioni l’hanno fatta sfilare con un altro centinaio di vedove di eroi, proprio come lei, tutte insieme a passo di corsa, sotto i balconi dei Palazzi. Per la donna è stata un’opportunità di uscire dalla sua misera situazione, ma sopratutto di mangiare e bere a sazietà. Poi, a causa delle gravidanze, non l’hanno più chiamata.

A chi le chiede perchè non pensi a risposarsi, Marietta risponde: ” Se rifaccio famiglia, perdo la pensione di vedova di Eroe. Così è la legge. Ormai sono condannata a rimanere vedova”. Gli uomini le danno ragione, le donne di Fontamara la odiano.

Michele Zompa, anziano cafone, fa una classifica molto eloquente sulla situazione:

In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa.

Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra.

Poi vengono le guardie del principe.

Poi vengono i cani delle guardie del principe.

Poi, nulla.

Poi, ancora nulla.

Poi, ancora nulla.

Poi vengono i cafoni”.

Le autorità – spiega Ponzio Pilato (altro cafone) – si dividono tra il terzo e il quarto posto. Secondo la paga. Il quarto posto (quello dei cani) è immenso. Questo ognuno lo sa”.

Don Circostanza, naso poroso a spugna, orecchie a sventola, la pancia al terzo grado, porta i pantaloni da galantuomini, quelli ad armonica che invece di una fila di bottoni, ne sfoggiano tre, non per eleganza o per distinzione, ma per poterli a poco a poco allargare, a mano a mano che la pancia si dilata. Don Circostanza è detto l’amico del popolo, perchè si propone come benefattore e protettore, difesa e rovina di tutti. Per il suo studio passano tutte le liti, le controversie, i consigli e tanto altro, sempre accompagnati da galline, uova, denari, frutta, farina… Quando ad avere il diritto di voto sono soltanto coloro che sanno leggere e scrivere, si premura a mandare un maestro che insegni a scrivere il nome e cognome di don Circostanza, per cui tutti i cafoni, avendo imparato a scrivere solo il suo nome e cognome, votano per lui.

Ha l’abilità di farsi votare anche dai morti. Infatti, grazie alla sua arte, tutti quelli in età di voto che vanno morendo, non vengono più notificati al comune ma all’amico del popolo, cioè a lui, che li lascia vivere sulla carta. Ad ogni elezione, li fa votare a modo suo, cioè per lui. La famiglia del morto, in questa occasione, riceve cinque lire di consolazione, unica fonte di guadagno che non costa fatica, unica occasione in cui, invece di pagare, si è pagati. Chi, nella propria famiglia ha subìto molte perdite, si ritrova, al momento delle votazioni, con un disceto gruzzolo.

L’epoca dei morti-vivi non dura, naturalmente, per sempre. Finisce anche il compenso.

Una volta arriva a Fontamara un cittadino con una petizione da firmare. A salvaguardia dei diritti di ciascuno, ben inteso! un pò con le buone, un pò con le minacce, ma sopratutto con fantastiche menzogne questo delegato riesce a raccogliere le firme per cui è stato mandato. I cafoni di Fontamara perplessi firmano una petizione il cui contenuto non è scritto, il foglio è bianco. Saranno le autorità stesse a scrivere il contenuto della petizione appena giungerà il foglio con le firme. Fiduciosi del fatto che non si tratta di una nuova tassa da pagare che si aggiungerebbe alle altre e che la stessa petizione è in giro per tutti i paesi del circondario, i fontamaresi firmano, praticamente tutti. Si tratta di un grande onore, spiega il delegato giunto dalla città: le Autorità vogliono conoscere l’opinione dei cafoni. Ad uno, ad uno firmano.

E’ possibile che nulla cambi? che non ci sia niente, ma proprio niente che scuota la gente, che le faccia urlare “basta!”? Quando e perchè il sopportato diventa un limite al di là del quale non si può andare?

Fontamara dice, ad un certo punto, il suo BASTA!. Gli uomini, le donne, ognuno a modo proprio, trovano la rabbia accumulata che viene fuori. Esplode.

Il dolore insopportabile che li ha piegati per troppo tempo, li mette in cammino. Non si può più vivere senza cercare spiegazioni e soddisfazioni: qualcuno deve rispondere ai loro perchè! Prima un gruppo di donne, poi gli uomini, si muovono.

Cosa è successo? quale scintilla ha fatto loro lasciare case, lavori, famiglia…?

Ne parliamo la prossima volta. un caro saluto.

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